Anime di vetro

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Anime di vetro

| Paola Rocco

In onda lunedì scorso Anime di vetro, secondo appuntamento con la nuova stagione de Il commissario Ricciardi, la saga sul commissario che vede i fantasmi creato da Maurizio de Giovanni e interpretato da un ottimo Lino Guanciale per la regia di Gianpaolo Tescari. Sceneggiato con complessiva fedeltà a partire dall'omonimo romanzo dell'autore partenopeo, Anime di vetro vede il commissario Luigi Alfredo Ricciardi alle prese con l'assassinio dell'avvocato Ludovico Piro (Maurizio Tomaciello), trovato cadavere nel suo studio con la gola trafitta da un punteruolo o un coltello o altro strumento affilato (si va per ipotesi, perché l'arma del delitto non è stata rintracciata): insomma, con qualcosa che certo non assomiglia al tuo cervello, come il dottor Modo (Enrico Ianniello) confermerà scherzando a Luigi Alfredo.
Un omicidio avvenuto diverso tempo addietro e per il quale è stato già scoperto il colpevole: o meglio, il colpevole in effetti s'è consegnato di sua volontà, confessando d'aver ucciso l'avvocato in un impeto d'ira perché gravato da un debito che l'altro intendeva riscuotere senza indugio.

Frettolosamente risolto da uno degli investigatori meno dotati della regia questura (molto divertente il confronto tra lui e Ricciardi), l'omicidio Piro ha visto dunque finire in carcere il conte Romualdo Palmieri di Roccaspina (Arturo Muselli), tra i protagonisti del primo episodio di questa seconda stagione, Febbre: posseduto dal demone del gioco e per questo ridotto ormai sul lastrico insieme alla bellissima moglie, la contessa Bianca Borgati Zisa (Fiorenza D'Antonio), Palmieri s'è appunto accusato del delitto appena qualche ora dopo il fatto, suscitando l'entusiasmo del commissario De Blasio, lesto a derubricare l'indagine come risolta, e dell'inevitabile vicequestore Garzo (Mario Pirrello). Ma a rivolgersi a Ricciardi per un supplemento d'indagine è adesso la stessa Bianca, che pur non amandolo più è certa dell'innocenza del marito e decisa a liberarlo da una sorte ingiusta. 
Un cold case, quindi, un delitto all'apparenza cristallizzato tra i fascicoli accatastati nella polvere degli archivi, che tuttavia potrebbe nascondere molto più di quanto delineato nello scarno rapporto della questura: un segreto, il portato forse di un complesso intreccio di rapporti d'affari, di parentela e d'amore nascosto nell'ultimo pensiero del defunto (“È deciso così. È inutile parlare”). 
Un pensiero come sempre suo malgrado perfettamente udibile per il commissario, che ne ascolterà il sussurro servendosene come di una sorta di filo d'Arianna, pur tra gli ostacoli frapposti dal consueto vicequestore Garzo e dalla stessa famiglia dell'ucciso: una moglie e una figlia, la giovane Carlotta (Benedetta Dattilo), certe della colpevolezza del conte Romualdo e infastidite dal supplemento d'indagine di Ricciardi e Maione. 

 Alquanto discutibile, ancora una volta, la scelta di restituire l'impronta psichica degli uccisi come proiettata su un foglio traslucido dai contorni incerti: più efficace e meno stridente, forse, sarebbe un normale trucco da morto sul genere, per intenderci (ma davvero è necessario dettagliare, trattandosi di un espediente adottato da secoli da cinema e teatro per questo tipo di situazioni?), di quello (cerone grigiastro e pesanti occhiaie nere) sfoggiato in Match Point dalla giovane Nola e dalla sua vicina di casa, assassinate dal protagonista e puntualmente assiepate attorno alla sua scrivania nelle serate alcoliche di rimorso. Visto che per le prime due stagioni di Ricciardi ormai è andata così, ma che magari se ne farà una terza, sarebbe bello per una volta sottrarsi ai trasferelli anni Settanta e dedicare qualche ora al trucco (del resto sempre molto accurato, di Barbara Morosetti; le acconciature anni Trenta sono invece di Rosario Adaldo).
Buoni per quanto in leggero calo gli ascolti (3.621.000 spettatori per il 19, 7% di share) per questo secondo episodio, che però, come del resto il primo, sconta forse il fatto d'esser disponibile su Raiplay prima della messa in onda la sera di lunedì; e qualche polemica sul cambio di regia, come già accennato affidata a Gianpaolo Tescari (che subentra ad Alessandro D'Alatri).
Quella di Tescari è però una regia sicura, attenta e partecipe, che valorizza il lavoro degli attori ed esalta altri plus di questa stagione, come la fotografia di Marcello Montarsi e la scenografia di Gianni Coletti e, ancora una volta, i bei costumi firmati, come per la prima stagione, da Alessandra Torella: i vestitini da pochi soldi della giovane contessa in difficoltà (la bionda Fiorenza D'Antonio, per ora leggermente opaca rispetto alla fiammeggiante, intensa Bianca Borgati dei libri), le uniformi azzurro polvere delle educande del Collegio della Madonna Incoronata, gli abiti da casa delle ciarliere comari di condominio e quelli, al limite dell'impudicizia (per l'epoca, ovviamente), della bellissima Livia Lucani vedova Vezzi (Serena Iansiti). 

 Un po' ingenua, però, la trovata del cambio d'abito la sera dell'incontro tra lei e Ricciardi, che, pochi istanti prima dell'ingresso in salotto del recalcitrante commissario, trasforma l'outfit ad alto tasso di seduttività scelto in prima battuta da una Livia in assetto di guerra in un incerto due pezzi gonna e camicetta del tutto fuori contesto. 
Molto attenta, e a tratti quasi struggente, la ricostruzione degli ambienti tipici dell'epoca: le tappezzerie verde oliva di casa Colombo, con gli interruttori che sporgono dal muro; la cameretta da ragazza di Enrica/Maria Vera Ratti (molto bello il dialogo tra lei e il padre, inquadrato nello specchio) e il metafisico cortile del Convento, con la piccola madre superiora (Annamaria Ackermann) che avanza vestita di nero tra il felliniano corteo delle educande (quasi una coreografia il loro snodarsi in giubba e trecce sullo sfondo della teoria d'archi di pietra). 
E ancora la vasta chiesa gelida dove il melomane don Pierino (Peppe Servillo, l'incanto di sempre) canta, accompagnandosi al piano, nun è rosa o gelsomino; i vicoli immersi nel buio teatro delle solitarie passeggiate di Ricciardi, le luci delle case degli altri, i saloni di rappresentanza di Palazzo Roccaspina e le raggelanti camere da letto dei conti: divise da un corridoio, scrostate e macchiate di muffa, metafora involontaria del progressivo deteriorarsi del matrimonio...

E poi le Balilla amaranto, il sottotetto di Bambinella (un eccellente Adriano Falivene) e gli incontri (un po' alla Simenon) tra lei e il brigadiere Maione (Antonio Milo), in quelle osterie immerse nel fumo dove i completini rossi e gialli del femminiello spiccano come il piumaggio di un uccello esotico; le incursioni al mercato rionale di Nelide (Veronica D'Elia), la giovane governante di casa Ricciardi, e i tentativi di seduzione del verduraio Tanino; Livia che balla da sola col bicchiere in mano, e Falco (Marco Palvetti) che le siede accanto nel salone deserto, scorgendo per la prima volta il modo di liberarla da quell'ossessione per Ricciardi che rende entrambi così infelici... Leggermente rimodulata qui l'accusa di pederastia che vedrà, nel finale, il commissario Luigi Alfredo sottoposto a (informale...) interrogatorio in un casale di campagna da parte di un terzetto di fascisti (capeggiati da un sinistro Leonardo De Carmine, molto in parte e molto sinistro). Motivata, nel libro come nella versione televisiva, dall'angoscia amorosa di Livia, ancora una volta e come (quasi) sempre ricacciata da Ricciardi nel disperante ruolo della buona amica (ma forse neanche, in fondo, dato che di fatto è sempre lei a cercarlo: lui, se appena può, si nega o svicola dopo poche parole frettolose), più che di un impulso vendicativo appare qui il frutto di una sorta d'involontario rimuginare della donna, pensosamente intenta a indagar le cause dell'indifferenza di Ricciardi, dopo un paio di bicchieri di troppo e alla presenza di un ascoltatore fin troppo sollecito (per quanto anche nel libro Falco, in fondo, tenda a dubitare di quanto Livia, tra le lacrime e mezza ubriaca, gli aveva detto, ma l'occasione per sgombrare il campo dal commissario è troppo seducente per perdersi in dettagli). 
Decisamente meno incerta, invece, l'accusa formulata dalla disperata, rabbiosa Livia del romanzo (“È un invertito. Un maledetto pederasta, un omosessuale. Non gli interessano le donne perché preferisce gli uomini... E io stupida, stupida che non l'avevo capito”), ovviamente anche qui accolta all'istante e portata alle estreme conseguenze da Falco (per il quale Ricciardi, pur ammirevole nella sua dedizione al lavoro e nella compassione verso i più deboli, era un ostacolo, e andava rimosso...).

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Paola Rocco

Paola Rocco

Autrice del romanzo giallo 'La carezza del ragno' e appassionata lettrice, scrive di mistery e venera Agatha Christie. Vive a Roma con il marito, la figlia e una gatta freddolosa detta Miss Poirot.

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