Foto originale di L. Scotti

Referenze

L'amore di Madame: "Ognuno ha il diritto di vivere come può"

| Elisabetta Malantrucco

Recensire un album così ben concepito come L’amore di Madame è l’occasione per affrontare alcuni passaggi intorno al discorso sui cantautori, sulla cosiddetta canzone d’autore e sul ruolo del critico musicale in un momento storico in cui il mondo virtuale ci ha scaraventato tutti in un eterno presente e dove il bombardamento di informazioni e immagini è riuscito a ridurre ai minimi termini, anzi a sgretolare qualsiasi concetto. Chi scrive questo articolo ama la complessità, ma questa è un’epoca dove tutti si accontentano dei pochi concetti base del brutto e cattivo da una parte e del bello e buono dall’altra. 

Ecco: questa volta si proverà invece a raccontare di una complessità attraverso l’ascolto di un album di canzoni; è una prima traccia da seguire quando si vuole approcciare il nuovo lavoro di Madame: L’amore è infatti un disco complesso, in alcuni passaggi difficile, in altri estremamente lineare, in alcuni momenti non del tutto riuscito e in altri invece felicemente sontuoso; e il filo conduttore va ricercato direttamente nella capacità di una giovane e talentuosa cantautrice di raccontare storie. 

Prima di cominciare a parlarne, però, vale la pena porsi qualche domanda sul ruolo del critico musicale oggi. Di vera critica ormai se ne legge poca; i giornali cartacei sono in crisi, le riviste di settore sono sempre di meno; nei quotidiani, poi, la critica è quasi del tutto scomparsa. Esiste naturalmente (e per fortuna) un mondo online molto variegato dove si incontrano riviste di altissima qualità, ma anche realtà dove chiunque si alzi la mattina ritiene di poter scrivere di canzoni e musica “leggera”: non deve stupire né scandalizzare, anche perché non riguarda solo il mondo musicale, e un po’ tutto in ambito culturale, almeno in Italia, tende ad appiattirsi. 

Esiste poi il problema dello “spazio comune”, dove la critica negativa è quasi scomparsa; le ragioni sono anche questa volta molteplici: c’è chi non potendo vivere solo di questo, quando scrive lo fa per piacere e preferisce scegliere lavori convincenti; c’è chi invece non vuole scontentare case discografiche nel caso dei nomi mainstream; c’è infine chi non vuole scontentare amici con cui si va a cena o in vacanza e questo accade soprattutto nel mondo della musica indipendente, molto viva, molto numerosa, spesso molto frustrata dalla mancanza di spazi. C’è naturalmente da ricordare che queste regole conoscono ogni forma di eccezione, fino addirittura alla violenza verbale e scritta nei confronti di qualche malcapitato artista: anche questo è un segno dei tempi. 

L’equivoco più grave in questa situazione è ritenere che il critico debba dare dei giudizi che corrispondano al personale piacere o dispiacere. È assolutamente irrilevante se Elisabetta Malantrucco che scrive questo pezzo abbia nelle sue playlist qualche canzone di Madame, per esempio, o se preferisce per se stessa altri generi musicali, più legati alla sua storia personale, ai suoi ascolti, alla sua età, eccetera. Rileva invece il suo (e quello di tutti i suoi colleghi) giudizio in merito alla realizzazione del disco nel suo complesso (ecco che torna il termine “complesso”) rispetto a quello che può essere o meno un lavoro riuscito. Certo: può sembrare una questione di sfumature e non è facile mantenere la barra dritta; però bisogna sforzarsi e provare a farlo, un po’ come lo Storico deve cercare di avere sempre come ideale l’obiettività, pur nella consapevolezza che la stessa è irraggiungibile da ogni essere umano. 

Su una cosa forse il critico oggi in qualche caso risulta inutile: una volta leggere la critica significava identificare un disco, per genere e realizzazione. Ora questa parte è divenuta marginale perché le canzoni sono fruibili in ogni momento, e ovunque, sulle varie piattaforme. In poche parole un critico non deve più spiegare cosa si troverà di fronte il lettore se comprerà un album, perché il lettore lo sa già quasi sempre e magari si è già formato un’opinione, soprattutto quando si tratta di artisti famosi. Ecco quindi che forse il critico dovrebbe dedicare molto spazio agli sconosciuti, e per tutti (ricchi e poveri) dovrebbe far conoscere quello che di solito non si sa: cosa c’è dietro, l’antefatto, la produzione, i riferimenti musicali, ecc. Tutto questo serve come e più di prima in un mondo dove la notizia ormai diffusa e pulviscolare si confonde con l’estrema semplificazione: oggi molto più di prima una canzone si confonde con chi la canta e trovare informazioni su chi l’ha suonata o scritta o prodotta (e perché) diventa più difficile. E invece può essere interessante porsi delle domande sul perché Madame, Regina italiana delle piattaforme (ovvero il Regno del Singolo), abbia deciso di realizzare un concept album sull’Amore declinato in varie forme, dove ogni pezzo  non solo racconta una storia diversa, ma propone un modo di cantare diverso e soprattutto una produzione diversa.

E se questo discorso può apparire ozioso nel mainstream, nel mondo della critica della musica di qualità non lo è affatto: è invece addirittura essenziale. Tanto più che a volte giudicare positivamente o semplicemente occuparsi di musica con maggiore appeal commerciale viene considerato da tanti addetti ai lavori del mondo indipendente una sorta di tradimento. C’è anche l’idea totalmente folle che se qualcosa ha successo ed è commerciale deve essere necessariamente brutta. Per non parlare poi del genere musicale: Urban, Contemporary R&B, Trap, sarebbero la morte dei cantautori, quelli che propongono le belle melodie eccetera. Che poi deve essere stato più o meno così il tipo di ragionamento dell’ottimo Gino Latilla quando si rifiutò di cantare, in doppia esecuzione con Domenico Modugno, Nel blu, dipinto di blu. 

Non si faccia l’errore di pensare che tutto questo c’entri poco con Madame: in questo discorso invece lei è sempre stata presente e proprio per parlare del suo album può essere interessante soffermarsi sui concetti storici di cantautore e canzone d’autore. 

Come molti sanno il termine Cantautore venne coniato all’RCA nel 1960 da Micocci; Maria Monti, la più brava cantautrice italiana senza tema di smentita, sostiene di essere stata lei ad inventarlo proprio durante una riunione della mitica casa discografica. Chi sia stato sia stato non importa: è un termine nato per ragioni di semplificazione, per indicare cioè questo nuovo mondo di artisti che non si limitava a cantare le canzoni: se le scriveva anche. Naturalmente quando si parla di cantautori, si pensa subito alle due generazioni storiche: dai primi Bindi, Paoli, Tenco, Gaber alla seconda generazione dei De Andrè, De Gregori, Guccini eccetera. E l’idea quindi è che quello dei cantautori sia un genere musicale, che prevede voce e chitarra o voce e piano. Magari qualche volta un basso e una batteria (ma già qui ci si avvia pericolosamente verso il rock…). Ovviamente è una idea, seppur comprensibile, sostanzialmente sbagliata. Il cantautore è solo uno (la cantautrice è solo una…) che si scrive le canzoni. O interamente, per testo e musica, o solo per testo o solo per musica. Quindi chiudiamo l’annosa questione: Madame è una cantautrice visto che i testi che canta sono interamente suoi e dice quasi sempre la sua pure sulla composizione. 

Un’altra confusione letale è sul termine canzone d’autore, che viene spesso confusa con quella di cantautore e con quella del cosiddetto genere musicale, appena esposto, del cantautore. Anche qui, confusione che si sovrappone a confusione. Il termine canzone d’autore – coniato nel 1969 dal giornalista Enrico de Angelis de L’Arena di Verona mutuandolo dal cinema – fa riferimento a uno specifico genere letterario, che si distingue dalla poesia e che si esprime nel racconto - in un ridotto spazio temporale  - che l’autore fa di se stesso e della propria visione del mondo in musica e parole. Non ha nulla a che vedere con i generi musicali. Madame è una rapper e una cantautrice che colleziona un numero fortunato di canzoni d’autore e ascoltandola si capisce anche benissimo che la canzone d’autore del passato la conosce e anche bene. Non solo De André e Battiato, che deve amare tantissimo, ma anche Paoli per esempio, o Vecchioni che è stato un principe nel raccontare storie d’amore e in linea più generale il suo intimo. Madame inoltre deve essere una giovane artista che ama la lettura e la letteratura; in più di un passaggio la si immagina, durante l’ascolto, alle prese con tutta la narrativa e la poesia di formazione che ha attraversato tante generazioni, a partire da Dostoevskij; i suoi riferimenti sono evidentemente di varia natura e non riguardano certo solo la letteratura, perché per esempio nelle sue canzoni ci sono molte immagini di un cinema italiano dal racconto emozionale e sentimentale tormentati (uno per tutti Guadagnino). Già Voce, questo atto d’amore verso lo strumento che più di altri le consente di esprimere se stessa, cosa altro è se non canzone d’autore? Anche L’amore, da questo punto di vista, non può lasciare né dubbi né incertezze. Siamo di fronte a un album di canzoni d’autore, con un tema principale che viene seguito e che mostra le vite di molti come solo sa fare un bravo narratore (… una brava narratrice) mentre intanto canta anche qualcosa di sé. 

Madame: la copertina, essenziale, de L'amore

La copertina, essenziale, de L'amore

Quello che appare notevole è che Madame racconta sempre in prima persona, in maniera diretta, identificandosi, sovrapponendosi delle volte. Il suo cantare è vivo e va sfatato pure questo mito negativo dell’autotune: è evidente che Madame non ne avrebbe alcun bisogno; sa cantare, sa giocare con la voce, anche quando la forza, anche quando la rincorre e gioca a farsi o non farsi capire. Che poi a non capirla sono quelli di molte generazioni prima di lei. Non può dirsi che il suo cantare sia rivolto a qualcuno: è il linguaggio, è il timbro, è l’atteggiamento vocale di un ventenne di oggi. Ad ogni modo Madame anche su questo è andata avanti e, tornando all’autotune, è per lei solo uno strumento che favorisce un certo sound; questo è un disco che, se un difetto ha, è proprio nell’eccesso di produzione in ogni brano. Un eccesso di produzione volutamente non univoco. Ci si sono messi in tanti e con riuscite diverse. È come se Madame, o chi per lei, si sia messa alla prova e alla ricerca di qualcosa. Sarebbe importante che nel tempo trovasse una strada da intraprendere che la rendesse definitivamente riconoscibile al di là della voce. Anche perché è una giovane che a differenza di molti altri, ha chi crede in lei, che su di lei investe, che l’aiuta a crescere, a sperimentare, a darsi una idea, a esprimersi liberamente. Ha la Sugar dietro che evidentemente con lei si muove come era uso fare una volta nelle case discografiche, che ora spesso invece – in questa perenne (e irreversibile?) crisi del settore – finiscono talvolta per distruggere talenti. 

A Madame questo difficilmente può accadere. Ha delle storie da raccontare con durezza, con dolcezza, senza mai disincanto, ma sempre con passione, coinvolgimento, rabbia. Ci sono dei punti in questo L’amore di vera intensità, come per esempio nel brano che apre l’album, l’orientale beat elettronico Come voglio l’amore, scritto e prodotto da Chris Nolan, con questo ipnotico elenco di immagini vive di gesti, odori, sentimenti, pulsioni maschili visti e soprattutto sentiti al femminile. Un’apertura intensa che prosegue con Il sanremese Il Bene nel male prodotto da Bias, BRAIL, Shablo e Luca Faraone e scritto con gli stessi Bias e BRAIL. Qua, come sappiamo, l’effetto ipnotico è più furbo, il testo lascia spazio a qualche ingenuità di genere, ma l’idea della puttana e dell’uomo innamorato di lei, per quanto non nuova (i riferimenti possono andare da Filumena Marturano di Eduardo a Il Cielo in una stanza di Paoli, da Via del Campo di De André fino al più moderno Commissario Ricciardi di Maurizio De Giovanni), viene raccontata in un modo nuovo e in un mondo nuovo - falso e accondiscendente esteriormente ma intimamente bacchettone - e soprattutto è raccontato a parti invertite: da una donna. È forse questo che risulta dirompente in Madame: che a frantumare il linguaggio, a renderlo diretto, chiaro, spoglio, senza infingimenti, duro, esagerato a volte, anche disperato nella crudezza, sia una donna. Una donna giovanissima peraltro. 

Questa è una grande novità. 

L’album prosegue con Quanto forte ti pensavo, la storia di un uomo violento - ancora una volta raccontato dalla parte della donna - imprigionata in un arrangiamento orchestrale dal sound vintage, dove voce e archi creano un effetto straniante e vagamente angosciante, come in certi film dell’orrore. I compositori sono Madame, Shablo, Faraone e la produzione è di Shablo e Faraone come nella latineggiante Ninpha – la storia di una ninfomane, brano più di maniera, più ammiccante; forse piacerà ballarlo in estate, ma dal punto di vista della qualità convince meno. Stessi autori e stessa produzione nell’elettronica più convincente (e di nuovo ipnotica) de Il mio nuovo maestro. Al centro di questa narrazione d’amore ecco le esplicite, sfrontate (a tratti anche divertite) Donna Vedi (Dario Pruneddu, Madame, prodotta dallo stesso Pruneddo, Luca Faraone e Shablo) e Pensavo a … - Skit (Pruneddu, Nazzaro, prodotto da Nazzaro). 

Dardust è invece il produttore e il compositore de La festa della cruda verità e si sente: sonorità orientaleggianti, elettroniche e folk particolarmente felici. In Respirare è potente la vocazione cantautorale di Madame, nel suo raccontare l’anima non saziata di una donna potente (prodotta da Shablo, Faraone e da Bias autore delle musiche con la stessa Madame); molto poetica e più indulgente verso la melodia negli arrangiamenti Milagro – A Matilde, (prodotta e scritta ancora da Shablo e Faraone). L’elettronica taranta L’onda pensata da Dardust (autore della musica e produttore) ha il testo più ispirato: un naufragio che vede uniti per sempre la nave e la sua marinaia. Se non provo dolore è lo straziante racconto dell’anaffettività di chi in realtà sta difendendo la propria anima fragile e delicata e ancora non lo sa; le musiche sono di Madame e Bias, la produzione di Bias, Shablo e Faraone.

Molto delicata e con evidenti riferimenti al sound di certi cantautori storici Per il tuo bene, prodotta da Luca Faraone e scritta con Shablo e lo stesso Faraone. Chiude la versione da Cd e Vinile Avatar – L’amore non esiste … “ma io ti sento” (sintesi di tutto l’album) scritta con Gianmarco Manilardi e Antonio Filippelli che l’hanno anche prodotta. La versione digitale regala un divertissement, Tekno Poké, fatto di freddure e barzellette mischiate insieme,  scritto con Emanuele Nazzaro, che è anche il produttore, e con Luca Faraone. Madame non dimentica quindi il potere della risata, ma evidentemente non sa ancora bene quale sia il posto da riservarle.

Si può arrivare alla fine di questo lungo discorso, ricordando di come si sia parlato di questo disco della Sugar troppe volte nei famosi termini di bello, brutto, buono e cattivo, e spesso con preconcetti positivi o negativi, magari cercando assonanze che sono solo nelle intenzioni (quando ci sono), facendo operazioni di semplificazione. Anche qua se ne faranno, per concludere, due. La prima, evidente, è che se resta chiara l’ispirazione e la preparazione, oltre che il talento autorale di questa giovane artista, nessuno è ancora in grado di sapere se il suo progetto artistico nel suo insieme avrà la forza di restare, sopravvivere al momento e diventare universale e forte nel tempo, come è stato il destino di cantautori molto amati, anche da lei. E questo amore non era favorito all’epoca solo dai mezzi di comunicazione, cioè non era solo legato al fatto che tutti si ascoltava gli stessi programmi radiofonici e gli stessi dischi, e la cultura pop era universale, ma anche perché la canzone – questo sì che è un dato di fatto – aveva un modo semplice e diretto di mandare messaggi. Le nuove generazioni canteranno ancora a cinquanta anni queste canzoni di Madame? Non è dato saperlo. Quello che però è chiaro è che L’amore è un grande album e metterà Madame, prossimamente, nell’obbligo di superarsi, di chiarirsi, di andare avanti, di mostrare sempre più coraggio. 

La seconda cosa, la più evidente per chi scrive, è che ascoltando Madame, se a qualcun altro viene da pensare in questa moda di fare paragoni, non è tanto al De André mitizzato dalla stessa Madame, ma alla Caterina Caselli che canta: “Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu”. 

Il paragone non è puramente casuale.

TEMI: Musica
Condividi su

Contattaci

  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


©2021 Massi Dicle. All rights reserved.
Privacy & Cookie policy.
Powered by microcreations.it