Lino Guanciale, il Commissario Ricciardi - fonte: web

Referenze

Il senso del dolore

| Paola Rocco

Primo di sei episodi, ha debuttato lunedì scorso in prima serata su Raiuno Il senso del dolore, trasposizione dell'omonimo romanzo con protagonista il commissario Ricciardi, il personaggio nato dalla penna di Maurizio de Giovanni. Quasi sei milioni gli spettatori di questa puntata d'apertura.

Diretta da Alessandro D'Alatri, che sempre per la Rai ha firmato la regia de I bastardi di Pizzofalcone, ancora di de Giovanni (come del resto Mina Settembre, che in queste settimane viaggia a sua volta su una media di oltre sei milioni di spettatori a puntata), la serie de Il commissario Ricciardi si avvale di una sceneggiatura firmata dallo stesso autore assieme a Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff. Prodotta da Clemart-RaiFiction, è stata girata tra Puglia e Campania nel 2019.

A trasformarsi in sei episodi per il piccolo schermo, altrettanti romanzi dello scrittore napoletano: Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Vipera e In fondo al tuo cuore.

Nel primo, la scelta d'introdurre la storia con un breve preambolo in cui Ricciardi racconta di sé e degli altri personaggi: il fido brigadiere, la ragazza della casa dirimpetto, la vecchia tata che gli fa da madre, la bella vedova innamorata di lui...

Nel complesso, convincente l'interpretazione di Lino Guanciale, volto noto delle fiction Rai - tra l'altro è stato per tre stagioni Claudio Conforti, l'inafferrabile anatomopatologo de L'allieva - e già commissario fantasma ne La porta rossa. In questa serie, Guanciale è appunto Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte e commissario della Regia Questura nella Napoli del ventennio fascista: un commissario che vede i fantasmi dei morti di morte violenta, discutibile privilegio ereditato dalla madre, l'infelice baronessa Marta, scomparsa giovanissima lasciandolo alla maternità vicaria della tata cilentana Rosa (Nunzia Schiano).

Alle prese con un personaggio difficilissimo, Guanciale ne accentua il carattere solitario e tutto d'un pezzo - diventando persino tagliente in qualche scambio - a leggero detrimento, almeno in questa primissima apparizione, di sfumature più malinconiche e chiaroscurali alla base del personaggio letterario.

Condannato a quel che lui chiama il fatto, cioè ad ascoltare l'ultimo pensiero di chi è stato strappato alla vita e a imbattersi ogni giorno nelle ombre (per intenderci, un bimbo caduto dalla finestra gli appare tutte le sere nel tragitto casa-lavoro), il tormentato Ricciardi ha da tempo deciso di non sposarsi mai e ciò nonostante si sia innamorato perdutamente della ragazza della finestra di fronte, la timida Enrica Colombo (Maria Vera Ratti, perfetta nel ruolo). A sua volta innamorata di lui e in attesa, ogni sera, dello sguardo del commissario per un privatissimo rituale amoroso.

Assieme al brigadiere Raffaele Maione, un efficace Antonio Milo - pure lui volto noto delle produzioni targate Rai, da Il paradiso delle signore alla recente versione televisiva di Natale in casa Cupiello - e al medico legale dall'antifascismo conclamato Bruno Modo (un arruffato e ironico Enrico Ianniello), Ricciardi viene chiamato d'urgenza al Teatro San Carlo di Napoli per un terribile fatto di sangue.

Il celebre tenore Arnaldo Vezzi, star dello spettacolo I Pagliacci nel cartellone della stagione operistica in corso - siamo nel marzo del '31 - è stato trovato morto nel suo camerino con un grosso frammento di vetro conficcato nel collo.

Forse nel corso d'una colluttazione, lo specchio del tavolino al quale Vezzi, già in costume da pagliaccio, s'era seduto per truccarsi prima d'andare in scena è andato in frantumi e una scheggia gli ha reciso la carotide. Ritta di fianco al cadavere, l'immagine del tenore, i candidi abiti di scena grottescamente inzuppati di sangue, sussurra al solo Ricciardi una celebre aria: “Io sangue voglio, all'ira m'abbandono, in odio tutto l'amor mio finì...”.

Inizia così un'indagine complicata, oltre che dalla prevedibile tendenza dell'assassino a eludere le ricerche, dalle ben più vincolanti remore del superiore del commissario, il vicequestore Garzo (Mario Pirrello, trepidante e minaccioso come da copione).

Terrorizzato all'idea di disturbare gerarchi e personalità in vista del regime, presenti al San Carlo la sera dell'omicidio e trattenute senza riguardo da Ricciardi per i primi interrogatori, Garzo - che vuol far carriera grazie alla propria solerzia di fedele funzionario - appare ulteriormente innervosito dalla presenza a Napoli della vedova Vezzi, la bella Livia Lucani (Serena Iansiti). Un tempo celebre artista lirica, Livia è adesso una personalità di spicco dei salotti della capitale e un'intima amica della primogenita del duce, Edda.

Legata al defunto da un rapporto ormai da tempo solo di facciata - superficiale e arrogante, Vezzi era anche un inguaribile donnaiolo - e oppressa dal ricordo doloroso dell'unico figlio morto bambino, l'infelice moglie-trofeo del tenore ucciso è, naturalmente, la prima della lista tra i sospettati per Ricciardi e Maione.

Penso - le dice il commissario - che una donna che vive per anni accanto a un uomo che non la rispetta può nutrire un grande odio”.

Livia, tuttavia, non sembra desiderosa di avvalersi del proprio ascendente su Garzo per metter la sordina alle indagini. Al contrario, la donna cercherà d'esercitare la sua influenza sul vicequestore per garantire una certa libertà di manovra a Ricciardi, il tenebroso commissario che le ha rapito il cuore - e che, nel finale, sarà costretto a ribadirle il proprio voto di solitudine in una scena a due sulla Balilla di fronte al mare. Lei naturalmente non si darà per vinta e continuerà a insidiarlo, in silenzioso e spietato duello con Enrica.

Indiscutibili plus della serie Rai fotografia, costumi, scenografia e in generale la cura con cui si è tentato di ricreare l'atmosfera a un tempo sfarzosa e cupa della Napoli del ventennio fascista.

E convincenti tutti gli attori: in particolare, in questa prima puntata, Servillo, Ratti, e Fabrizia Sacchi nel ruolo di Lucia Caputo, la moglie del brigadiere Maione, chiusa nel suo dolore per la scomparsa del primogenito Luca, entrato nelle forze dell'ordine come il padre e ucciso in servizio.

Menzione di merito ai costumi di Alessandra Torella: iconico il trench grigio spettro di Ricciardi (forse un po' meno il ghirigoro di capelli costantemente aggettante sul sopracciglio). E perfetti gli abitucci teneramente dimessi della ragazza Enrica, in costante contrappunto con la sensualità navigata e banale dei paltò con pelliccia della predatrice Livia.

D'effetto anche la scenografia anni ‘30 firmata da Carlo De Marino: l'ufficio di pura rappresentanza dove l'imbelle vicequestore tesse le sue trame d'ascesa sociale, col pavimento tirato a lucido e i tavolini gemelli da salotto borghese; la cucina dove una solitaria ragazza da marito siede ogni sera a occhieggiare quella finestra dalle tende chiuse; le strade velate dalla pioggia di marzo, lo spoglio cortile della questura, il caldo scintillio del Teatro San Carlo, i miseri bassi dei Quartieri Spagnoli.

E la stanzetta in cima a una vertiginosa teoria di scale dove il povero Maione s'inerpica ansimando per far visita a Bambinella (Adriano Falivene), il femminiello che gli è legato da un debito di gratitudine al quale ogni tanto chiede informazioni...

E ancora, la vasta chiesa silenziosa di don Pierino, il piccolo prete amante dell'opera (Peppe Servillo, come sempre straordinario); e il camerino tutto specchi e velluti della primadonna Vezzi.

Minus (ma in fondo no): nelle scene iniziali perde rilevanza - certo per scelta autoriale - un indizio fondamentale che nel libro, seppur doverosamente di sfuggita, è tuttavia ben presente. Così come meglio delineato appare nel romanzo il microcosmo della sartoria del San Carlo che fa da sfondo al delitto.

Il tutto consegna allo spettatore di questo che è pur sempre un giallo - e quindi un gioco che andrebbe giocato alla pari - una sorta di mano truccata: tirando fuori in pratica quasi alla fine un'assassina (la giovane Maddalena Esposito, interpretata da Anna Lucia Pierro) mai emersa in modo rilevante prima. E privando, forse, di qualche spessore il riepilogo finale di Ricciardi.

Poi, certo, in letteratura è comunque quasi sempre il detective ad arrivare per primo alla soluzione. Ma l'antagonista in carne e ossa, il lettore o lo spettatore, dovrebbe almeno sulla carta poter disporre degli stessi strumenti d'indagine, aver la possibilità di percepire le stesse dissonanze nella musica di fondo.

C'è da dire che se ben condotta anche una piccola scorrettezza ai danni del lettore può essere funzionale (in fondo anche la Christie a volte barava un po'...). E questo appunto è il caso in questione, visto che ciò che l'autore ha potuto abilmente dissimulare tra le righe del suo libro avrebbe probabilmente acquistato una rilevanza tombale nella resa tele-visiva, uccidendo sul nascere l'indagine.

Al di là di queste pedanterie, Il commissario Ricciardi si pone come fiction di punta della stagione: dotando di consistenza reale un personaggio amatissimo dai lettori in una storia ottimamente diretta da Alessandro D'Alatri, ben interpretata dal protagonista Lino Guanciale e da tutto il cast e impreziosita da una vivida ambientazione.

Attesa per la seconda puntata, in cui Ricciardi e compagni dovranno vedersela con l'assassinio di una cartomante e in cui faremo la conoscenza d'un trio di fratelli che sta facendo molto rumore nel mondo del teatro napoletano: certi De Filippo...

Condividi su
Paola Rocco

Paola Rocco

Autrice del romanzo giallo 'La carezza del ragno' e appassionata lettrice, scrive di mistery e venera Agatha Christie. Vive a Roma con il marito, la figlia e una gatta freddolosa detta Miss Poirot.

Articoli correlati

Seguici

Contattaci

Temi

Contattaci

  • Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


©2021 Massi Dicle. All rights reserved.
Privacy & Cookie policy.
Powered by microcreations.it