La famiglia Manzoni

Referenze

La famiglia Manzoni

| Paola Rocco

Figure. “Il materiale è ricco: vi si trova in abbondanza tutto ciò che può far fare a degli uomini una misera figura” (Alessandro Manzoni su I promessi sposi).

Case/1. La casa in contrada Santa Prassede, dov'era andata ad abitare Giulia Beccaria subito dopo il matrimonio con Pietro Manzoni e dove andrà a vivere anche il figlio dei due, il sedicenne Alessandro, dopo aver lasciato il collegio dei Padri Somaschi, che detestava (“Sozzo ovile”, l'avrebbe definito più tardi) e poi quello Longone a Milano (che ugualmente detestò). Nella casa di Santa Prassede, don Pietro viveva con sette sorelle nubili, una delle quali ex monaca (c'era poi un fratello monsignore, canonico al Duomo). 

Litigi. “Giulia fu subito molto infelice. Litigava col marito e le cognate le si mostravano ostili. La casa sui Navigli era brutta, piccola, umida e buia. Il marito le sembrava una misera persona... Era conservatore e clericale e lei aveva respirato, sia nella casa paterna sia nella famiglia Verri (amici del padre Cesare Beccaria, ndr) idee nuove e libere. S'annoiava perdutamente”. Da ragazza, Giulia era stata innamorata di Giovanni Verri, fratello dell'economista e filosofo Pietro; dopo il matrimonio, non smise di frequentare la loro casa, “suscitando nelle cognate un'avversione sempre più palese e, nel marito, l'impulso a spiarla”.

Contrasti. Alessandro, l'unico figlio della coppia, nacque il 7 marzo 1785. “Nessuno era contento che fosse nato” e del resto il bambino fu subito mandato a balia, a Malgrate, nei dintorni di Lecco. La madre andava a trovarlo molto raramente. Intanto tra lei e il marito i contrasti diventavano sempre più aspri. La gente mormorava.

Regali/1. Il ritratto di Giulia col piccolo Alessandro dipinto in questi anni dal pittore Andrea Appiani: “Giulia è vestita da amazzone. Ha una faccia dura, ossuta e stanca. Nessuna visibile tenerezza per quel bambino che le sta appoggiato al ginocchio”. Giulia regalò il ritratto a Giovanni Verri.

Ritratti. Esiste di Giulia un secondo ritratto, opera di una pittrice di nome Cosway: dipinto pochi anni dopo quello di Appiani a Parigi, dove Giulia viveva con l'amante Carlo Imbonati e dov'era felice, la mostra “con un cappellino bianco e un velo. Il naso è sottile, la bocca lievemente sorridente d'una vaga arguzia. Sembra molto giovane. Gli anni e l'amarezza le sono caduti dal viso”.

Amori. Carlo Imbonati morì il 15 marzo 1805: aveva cinquantadue anni. Nell'estate, Giulia fu raggiunta a Parigi dal figlio: “A Parigi... madre e figlio si trovano uno davanti all'altra e si guardano come due che non si sono mai visti prima... Per l'uno e per l'altra comincia una nuova esistenza”. Alessandro “s'innamora di Giulia e non solo s'innamora di lei, ma improvvisamente s'innamora di tutto quello che lei ha intorno”.

Il giovane Alessandro Manzoni

Nozze/1. Nel febbraio del 1808, Alessandro si sposerà con la giovanissima Enrichetta Blondel, figlia di un ricco commerciante di seta svizzero. “Piccola, bionda, graziosa, con le ciglia bionde”, aveva “modi sottomessi e modesti e parlava poco”: la “nuora ideale” dunque per Giulia Beccaria, “quella che aveva a lungo formulato nell'immaginazione. Le sembrò perfetta”.

Riti. Enrichetta era stata allevata nella religione calvinista, e il matrimonio fu celebrato col rito calvinista - per sposarsi col rito cattolico Manzoni avrebbe dovuto chiedere una dispensa per la futura moglie e nella fretta trascurò di farlo - e “aspramente criticato” a Milano, dove tutti trovarono “scandaloso che un nobile, parente di monsignori, sposasse una protestante”. Stanchi delle chiacchiere, dopo un po' i Manzoni lasciarono l'Italia e si stabilirono a Parigi: dove, del resto, dopo essersi separata dal marito Giulia aveva appunto vissuto a lungo con Carlo Imbonati, e dov'erano tutti i loro amici. 

Manzoni e Enrichetta

Nozze/2. Il 2 aprile 1810, a Parigi, durante i festeggiamenti per il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d'Austria, d'improvviso furono fatti esplodere dei mortaretti. La folla che gremiva le strade fu presa dal panico, “tutti si diedero a correre qua e là in disordine, vi furono morti e feriti”. Alessandro e Enrichetta erano anche loro in strada, e nella confusione d'un tratto Manzoni non vide più Enrichetta al suo fianco. “Sembra abbia avuto, allora, un malessere, un senso di vertigine, temeva di svenire; entrò nella chiesa di San Rocco. Ritrovò Enrichetta poco dopo. Raccontano che là, nella chiesa, egli abbia pregato Dio con vera preghiera per la prima volta nella sua vita, chiedendogli che gli facesse ritrovare la moglie viva e sana”.

Quando/1. “È stata la grazia di Dio, figliuolo, è stata la grazia di Dio”, le parole con cui, molti anni più tardi, Manzoni rispondeva al figliastro Stefano “che gli domandava quando avesse trovato la fede, e dove, e come. Altro non aggiunse mai a queste parole”. 

Convegni. “Tutti e tre diventarono cattolici: Enrichetta, Alessandro, Giulia. Erano molto uniti fra loro ma profondamente diversi; e ciascuno giunse alla fede cattolica in un modo diverso. Enrichetta dovette strappare con fatica e sangue in nodi che la legavano alla sua famiglia d'origine e alla sua infanzia [e del resto la famiglia Blondel, con cui fin allora i rapporti erano stati eccellenti, fu acerbamente sorpresa dall'abiura di Enrichetta e ne incolpò il marito di lei e soprattutto la suocera, ndr]. Alessandro trasse con sé quel suo carico di rimorsi e dubbi e travagli segreti. Giulia venne avanti correndo e incespicando e ansimando, come persona che teme d'arrivare tardi a un convegno”. 

Case/2. La casa di via del Morone, a Milano, acquistata dai Manzoni coi denari che Enrichetta aveva ricevuto in eredità dal padre, morto nell'inverno del 1812. “Casa civile con giardino”, come si legge nell'atto d'acquisto, fu pagata centoseimila lire.

La casa di via del Morone, attualmente sede del Museo Manzoniano

Rime. “Non è ver che sia Pierino / il peggior de' miei ragazzi / tutti e sette sono pazzi / dalla Giulia al Filippino” (filastrocca dedicata dal Manzoni ai figli, all'epoca ancora bambini). 

Epigrafi. Dei nove figli di Alessandro e Enrichetta (Giulia, Pietro, Cristina, Sofia, Enrico, Clara, Vittoria, Filippo, Matilde) soltanto Pietro, Enrico, Filippo e Vittoria vissero fino a un'avanzata maturità. Degli altri, la primogenita Giulia (detta Giulietta) morì “sul principio d'un fortunatissimo matrimonio e d'una sviscerata maternità”: così scrisse il padre, nell'epigrafe a lei dedicata. Dopo un iniziale rifiuto, a ventitré anni Giulietta s'era risolta a sposare Massimo d'Azeglio, pittore e artista e in seguito autore di romanzi storici (ad esempio del fortunatissimo Ettore Fieramosca). Fu, questo di Giulia, un matrimonio quanto mai infelice e funestato da incomprensioni e gelosie, oltre che dal difficile rapporto di lei con la suocera, la marchesa Cristina, e dalla consapevolezza che Massimo l'aveva sposata solo “perché era figlia del Manzoni”.

Stile. “Strano mestiere quello del letterato, lo fa chi vuole dall'oggi al domani! Ecco lì Massimo: gli salta il ticchio di scrivere un romanzo storico ed eccolo lì che non se la sbriga poi tanto male!” (Alessandro Manzoni dopo la lettura del manoscritto dell'Ettore Fieramosca). Trovando qua e là “trasandatezza di stile, soprattutto nelle ultime pagine”, Manzoni s'offerse di rivederle: “Fate un po' voi”, la risposta del d'Azeglio.

Mai/1. Pochi anni dopo essersi sposate, morirono pure Cristina e Sofia (Clara visse solo pochi anni). Matilde, lungamente inferma, si spense a ventisei anni, a Firenze, in casa della sorella Vittoria e del marito di questa, Giovan Battista Giorgini, dov'era andata a vivere subito dopo aver lasciato il collegio. Il padre, che lei non vedeva da anni e di cui a lungo aveva invocato la presenza, non andò in Toscana che nell'estate dopo la sua morte.

Scartafacci. Mon ennuyeux fatras, il mio noioso scartafaccio, il work in progress dei Promessi sposi nelle parole dell'autore.

Cataloghi. “Ho cacciato là dentro dei contadini, dei nobili, dei frati, delle monache, dei preti, dei magistrati, dei dotti, la guerra, la carestia... il che significa aver fatto un libro!” (A. Manzoni). 

Prontezza. Lettera del canonico Luigi Tosi, vescovo di Pavia e consigliere spirituale del Manzoni, all'autore, di cui aveva appreso il progetto dei Promessi sposi: “Non posso tenermi dallo scrivervi... per pregarvi con tutta l'istanza possibile di voler frenare quella vostra troppa prontezza a lasciarvi andare ai progetti di scrivere che vi vengono alla mente”. Tosi mette poi in guardia il Manzoni dalle inquietudini che il romanzo potrebbe causargli, a causa della malignità e delle invidie degli altri letterati, e lo esorta a non disperdere le sue energie per cose di poco momento (il canonico sperava che l'altro si decidesse invece a terminare La morale cattolica).

Furori. Nel giugno del 1827, il libro era interamente stampato. Erano tre volumi. Un primo volume era uscito anni prima, nel '24, col titolo Gli sposi promessi, ma il titolo definitivo sarà I promessi sposi. Il romanzo ebbe subito grande successo: “Devo dirvi che abbiamo provato un gran piacere al vedere il successo dell'opera del Papà, in verità ha superato non soltanto la nostra attesa ma ogni speranza, in meno di venti giorni ne sono state vendute seicento copie, è un vero furore, non si parla d'altro; fanno anticamera per assicurarsi di poterlo comprare” (Giulietta all'amico di famiglia Claude Fauriel). E nell'estate: “In un mese e mezzo il Papà ha venduto l'intiera edizione... Questa opera ha un successo veramente inaspettato”.

Maiuscole. “L'orgoglio non avrà ali per salire fino a me; e benché moglie di Manzoni - di ALESSANDRO MANZONI - non sarò ai miei occhi che la povera Teresa” (lettera di Teresa Borri Stampa, seconda moglie di Alessandro Manzoni, alla zia Notburga).

Teresa Borri 

Suocere/1. Il matrimonio tra Manzoni e Teresa Borri (vedova Stampa) fu celebrato il 2 gennaio 1837; Enrichetta era morta da pochi anni. Teresa, all'epoca trentottenne, “si ordinò moltissimi abiti. Era una donna fragile, sottile, graziosa, di piccola statura, con i capelli folti e inanellati... Vennero i figli e le figlie di Manzoni a trovarli. Disse che voleva essere, per loro, una sorella maggiore”. Di fatto, però, tra Teresa e l'anziana suocera nacquero dissapori subito dopo il matrimonio: “Teresa aveva un temperamento brusco e usava comandare. Il figlio di lei, Stefano, era a Giulia fortemente antipatico. Giulia a poco a poco si ritrasse nelle sue stanze, e prese a vivere come un'estranea nella casa dove aveva regnato”. 

Vanità. Sembra che Giulia avesse preso a detestare la nuora non appena l'aveva vista tra le mura di casa: “Ne detestava l'euforia, l'esuberanza, le effusioni sovreccitate, la loquacità. Ne detestava la salute delicata, le mille attenzioni che dedicava a se stessa, sembrandole questo un modo per situarsi al centro del mondo. Detestava anche l'idolatria che essa aveva per Alessandro. Le sembrava non lo amasse per se stesso ma per la sua gloria pubblica. Le sembrava che nei sentimenti di lei per il marito non vi fosse null'altro che un'immensa vanità”.

Destini. “Donna Giulia è lasciata un po' in cantone, non maltrattata, spero, salutatemela sempre. Le figliuole debbono aver già passato i vent'anni... Dell'anima del padre, nulla a nessuno. Gli è un destino, si vede” (Niccolò Tommaseo a Cesare Cantù).

Chiacchiere. Sul nuovo matrimonio del Manzoni correvano, comunque, dicerie maligne. Interpellato, il vecchio amico Fauriel rispose: “Qu'on s'arrange comme on veut. Il a besoin d'etre heureux” (“Ciascuno s'arrangia come può, lui ha bisogno d'esser felice”). Parole “pacate, sensate, affettuose e certamente veritiere. Manzoni non sopportava a lungo il dolore, voleva essere felice”. 

Ombre. “Teresa rese infelici però tutti gli altri. Rese infelice Giulia, lentamente spingendola via dallo spazio che aveva fin allora occupato... Rese infelici i figli della morta Enrichetta. Amava al mondo unicamente se stessa e il proprio figlio... Tutto il resto era ombra. Quando sposò Manzoni, lo insediò nella piena luce del proprio mondo... I figli di lui, non li guardò con avversione, li guardò con indifferenza. Essi erano ombra, inutile ombra, grigia e senza interesse. Li osservava come si osservano, di là dai vetri, degli estranei che per caso ci siano capitati nel giardino di casa, e che fra poco, grazie a Dio, se ne andranno via”.

Mai/2. “Ansiosamente io t'aspetto con tutta la famiglia e cogli zii Beccaria ma mai non ti vedo comparire” (lettera di Filippo Manzoni, otto anni, alla mammina, la nuova moglie del padre, dal collegio di Susino, sul lago di Como, dov'era stato messo alla morte della madre Enrichetta).

Ristampe. Nel 1837, al Manzoni venne l'idea di ristampare I promessi sposi, con le correzioni linguistiche riportate durante un suo viaggio in Toscana e con l'aggiunta di alcune illustrazioni: le illustrazioni “gli parevano un'arma contro le edizioni abusive”. Ne erano state fatte tantissime, nel corso degli anni: non esisteva all'epoca alcuna legge sul diritto d'autore, e quindi Manzoni dal suo romanzo aveva guadagnato molto poco, malgrado l'enorme successo ottenuto. 

Disegni. Dopo vari tentativi, il genero d'Azeglio gli presentò un certo pittore Gonin, i cui disegni al Manzoni piacquero moltissimo: “Egli iniziò a scrivere a Gonin quasi giornalmente: Mio Gonin. Furono fatti venire da Parigi degli incisori. Fu messa in piedi una piccola tipografia in via San Pietro all'Orto”. Dell'edizione illustrata, infatti, Manzoni intendeva essere editore lui stesso: e sia Teresa che gli amici la trovavano un'ottima idea.

Intuizioni. Cominciò a uscire, in dispense, la nuova edizione riveduta e illustrata de I promessi sposi. “Teresa se ne gloriava”. Ma subito apparve chiaro che le cose non andavano troppo bene: “Lo stampatore Guglielmini si rivelò infido. Le sottoscrizioni rapidamente scemarono. Nelle stanze di via del Morone s'ammucchiavano le copie invendute. Giulia e il cugino Giacomo Beccaria avevano intuito che quell'impresa sarebbe stata fallimentare. Fu così”.

Gelo. “Inchinai, quindi, la madre di Manzoni, innanzi alla quale si è tentati di dire: benedictus fructus ventris tui. Ma se in Manzoni credi di ravvisare il filosofo, che Rousseau avrebbe voluto trovare nella sua democrazia... nella madre di lui invece ti pare proprio di vedere Monna Aristocrazia viva e vera. Non è la figlia del professore Beccaria, è la figlia del Marchese. Ella ha un parlar rado, pensato e sentenzioso, né il più leggero sorriso viene mai a spianar la sua fronte. Il suo volto, insomma, i suoi modi, le sue parole ti piovono nell'anima un gelo mortale...” (il fratello di Teresa, Giuseppe). 

Regali/2. “Alla mia signora moglie Giulia lascio due pendenti di diamanti in contrassegno della mia stima, e memoria che le porto” (il testamento del padre del Manzoni, il conte Pietro).

Aggettivi. “Vo' dal Manzoni, che m'invita a Brusuglio. Mi commuovono. Lui buono; la madre accorata; la moglie maliziosa; il figliuolo Filippo senz'affetto” (Niccolò Tommaseo).

Camerieri. Clemente Vismara, cameriere in casa Manzoni, “detestava Teresa, e anche lei lo detestava”. Teresa, in famiglia e nelle lettere al figlio, si lagnava del “caldino della stanza da pranzo” (“Non posso a lungo reggere al caldino della stanza da pranzo, dove c'è la stufa, come sai”). Un giorno, dopo aver pranzato col marito, “s'era messa a smaniare, e aveva fatto una scenata a Clemente, perché la stufa mandava troppo calore. Se n'era andata via infuriata. Manzoni era rimasto solo col cameriere. Gli disse: 'Clemente, fate in modo che la stufa bruci meno'. 'Non posso', Clemente rispose. 'E perché?' 'Perché non è accesa affatto'”.

Ricordi. Sempre stando ai ricordi del Vismara, Teresa dalla servitù era chiamata “Donna Stramba” e tutti la detestavano come lui.

Bisbigli. “Saluta chi non vorresti”, la scherzosa raccomandazione rivolta dal Manzoni al figliastro Stefano in procinto di partire (cioè: ricordati di metter sempre nelle tue lettere i saluti per Giulia Beccaria. Stefano non la salutava mai). “Fanno pensare, quelle parole scherzose, bisbigliate all'orecchio del figliastro, come Manzoni fosse ormai lontano dalla madre, così lontano da scherzare sulle sue collere”.

Figliastri. Col figliastro Stefano, Manzoni conservò sempre un rapporto “caldo e lieto, e una sorta di complicità”. “Perché era giovane, perché era sano, perché era libero di fuggire da quella casa ogni volta che gli piaceva”, forse un po' lo invidiava, anche; ma comunque, “fosse stato presente o lontano, la sua immagine gettava sulla casa, sulla madre, sui noiosi malesseri della madre, una luce allegra”. Allo stesso modo Manzoni, balbuziente e sofferente di nervi (convulsionario, come si diceva all'epoca), aveva amato, nel genero d'Azeglio, quei tratti che lo rendevano “in tutto diverso da lui”: “Egli sonare, egli cantare, egli ballare, cavalcare, tirar di scherma...”. 

Zoppi. “Davvero sarebbe stato come invitare uno zoppo, a una festa da ballo” (Alessandro Manzoni alla figlia Vittoria, spiegando le ragioni che l'avevano indotto a rifiutare la nomina a senatore del Regno). 

Giuramenti. “Di parlare, in Senato, non è nemmeno il caso di pensarci, giacché sono balbuziente, e tanto più quando son messo al punto; sicché farei, certamente, ridere la gente alle mie spalle anche soltanto a dover rispondere, lì per lì, alla formula del giuramento, giu...giu...giuro!” (Manzoni a Emilio Broglio, sull'impossibilità di accettare la nomina. Tuttavia lo fecero senatore, e accettò).

Figli. Dai propri figli veri, invece, Manzoni non era mai rallegrato: “A Pietro chiedeva costantemente servigi; da Enrico si difendeva: e il tono umile, impacciato di Enrico, gli provocava probabilmente una forte irritazione e un eguale impaccio. Filippo gli destava inquietudini [entrambi, Enrico e Filippo, sarebbero poi stati fonte di gravi preoccupazioni e avrebbero concluso la propria esistenza in miseria, dopo anni di dolorosi contrasti col padre e col fratello Pietro, che si occupava dell'amministrazione delle proprietà, ndr]. Con le figlie, o si compiaceva esprimendo stima, o si scusava esprimendo rimorsi... Libero e leggero e allegro, con i propri figli veri, egli non lo era mai”.

Padri. “Questa abituale assenza di naturalezza e semplicità, nei suoi rapporti con i veri figli, nasceva dal fatto che egli non aveva, in verità, mai avuto un padre: non custodiva dentro di sé nessuna immagine paterna: il ricordo del vecchio don Pietro, impacciato e cupo, non gli destava nella memoria se non un carico di perplessità e di antichi, non mai sepolti rimorsi”.

Personaggi. “Renzo, nei Promessi sposi, non ha né padre, né madre. Lucia non ha padre. La Monaca di Monza ha un padre terribile, che le rovina l'esistenza per sempre”.

Mai/3. “Sai che sono mesi che non mi scrivi, e non t'immagini cos'è per me una riga tua? Tutte le mattine aspetto l'ora della posta proprio con smania; e mi dico sempre, oggi certamente avrò una lettera, e invece tutti i giorni non c'è nulla!” (Matilde al padre). 

Perché. “Manzoni... dev'essersi chiesto infinite volte, in vecchiaia, ragioni e spiegazioni. Deve essersi chiesto perché, mentre Matilde lo chiamava e moriva, lui non s'era mosso. E perché quei due, Enrico e Filippo, nell'infanzia limpidi e gentili, erano diventati due uomini così strani, queruli e disgraziati, pieni di sotterfugi e di menzogne, e se la causa era la loro indole, o una sua colpa, o un destino avverso. Forse avrà pensato che una sua colpa c'era stata, in qualche punto remoto della sua esistenza: ma quando e dove, era troppo difficile stabilirlo, e ormai inutile”.

Fotografie. “Occhi, orecchie, gambe, e ahimè! Pensiero, / Non n'ho più uno che mi dica il vero” (versi scritti dal Manzoni sul retro di una sua fotografia inviata alla figlia Vittoria, nel 1873).

Vittoria Manzoni

Suocere/2. A Montignoso, dove i Giorgini avevano varie case, Vittoria incontrava a volte la madre del marito Bista, la signora Carolina, che “era matta, da molti anni. Non aveva allevato i figli, li avevano allevati il nonno e il babbo... Era bigotta e viveva circondata da preti e monache”. Questa suocera non poteva soffrire Vittoria, e incrociandola per strada le diceva: “E che cosa ti credi di essere perché sei figlia del Manzoni? Gran che! Io non son mai riuscita a capire se è o se non è conte! E allora, che cosa ti parrebbe di essere se tu fossi figlia, come me, di un vero Conte? E del conte Paleologo, Gran Ciambellano del re di Prussia!... Altro che Manzoni o manzetti, cara mia!”.

Quando/2. “Al solito, quando arrivi tu me ne vado io” (Massimo d'Azeglio sul suo letto di morte, al vedersi comparire davanti la seconda moglie Louise).

Piantoni. Nel 1862, Enrico Manzoni e i suoi vennero a stare a Milano, in un piccolo appartamento in via San Vittore, “all'ultimo piano d'uno stabile dove c'era, al piano terreno, una trattoria”. Nei ricordi dell'inquilino del primo piano, certo Santamaria, quella di Enrico era una “famiglia numerosa, con figli d'ogni età. Il padre, uomo non alto di statura, con la tuba, quasi sempre con un lungo sigaro in bocca, non aveva alcuna occupazione e passava le giornate sul ponte, come fosse stato di piantone, immobile, fissando le acque del Naviglio... C'erano due ragazze che si rassomigliavano, esili, e la domenica per andare a messa uscivano una alla volta, perché avevano un solo soprabito e un solo abito festivo in due”.

Nozze/3. Poi una delle ragazze, Enrichetta, si sposò: con un maestro elementare, che era anche, a Casatenovo, segretario comunale e organista. Secondo Santamaria, date le condizioni della famiglia quello di Enrichetta era “un matrimonio apprezzabile”. Alle nozze intervenne il nonno della sposa, Alessandro Manzoni. Allora tutti i vicini si schierarono lungo la scala, e videro passare, “con passi lenti e piuttosto incurvato, il grande e ammirato vegliardo”.

Eventi. Poi Manzoni andò via e ci fu un gran pranzo, nella trattoria al pianterreno. Santamaria racconta che, finito il pranzo, la sposa non si trovava: “La chiamarono a gran voce; essa scese le scale di corsa gridando: Che truscia gavii tuti!Adess che han mangà e bevù... che buffen! Quel pranzo, a quella povera ragazza che non si nutriva mai abbastanza, doveva esser parso la cosa più importante della giornata”.

Aprile. Pietro Manzoni morì il 28 aprile del 1873. Aveva sessant'anni. Manzoni non capì che era morto. Gli dissero che era andato a Bergamo. “Però in qualche momento, si meravigliava di non vederlo; e lo cercava di stanza in stanza. Lo prendeva una grande angoscia. Anni prima, a Vittoria, aveva detto che senza Pietro, non gli sarebbe riuscito di sopravvivere nemmeno un mese”.

Maggio. Manzoni era caduto, sulle scale della chiesa di San Fedele, dopo aver ascoltato la messa; e aveva battuto la fronte. Dopo quella caduta, “non era più presente a se stesso. Dovevano passargli, nel buio della mente, strani e laceranti pensieri. Domandava: Ma il perdonatore mi avrà perdonato ogni cosa?”. Morirà il 22 maggio 1873, alle sei di sera. 

Occhi. “Iersera ballo in casa Abudarham... Al collo avevo la rivière di opali della mia povera nonna; e più d'uno m'ha detto che le opali e i miei occhi avevano il medesimo colore: occhi senza luce viva dunque, e abituati a contemplare cose morte...” (Matilde Manzoni).

(Notizie tratte da La famiglia Manzoni, di Natalia Ginzburg).

 

La famiglia Manzoni

di Natalia Ginzburg
Einaudi - 2016

 

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Paola Rocco

Paola Rocco

Autrice del romanzo giallo 'La carezza del ragno' e appassionata lettrice, scrive di mistery e venera Agatha Christie. Vive a Roma con il marito, la figlia e una gatta freddolosa detta Miss Poirot.

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