Il principe di Roma

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Il principe di Roma

| Paola Rocco

Roma, 1829. Il facoltoso signorotto Bartolomeo Proietti aspira alla definitiva consacrazione di un titolo nobiliare comprandolo per diecimila scudi dal principe Accoramboni in cambio del matrimonio con l'alquanto riluttante figlia di questi, Domizia. Sul punto di stringere il vincolo, Proietti si trova a dover fronteggiare l'improvvisa scomparsa del faccendiere che avrebbe dovuto portare a palazzo la fatidica somma, incorso nella condanna capitale dopo l'assassinio dell'amante della moglie e ghigliottinato prima d'aver avuto il tempo di rivelare a Bartolomeo il nascondiglio degli scudi, che rappresentano per quest'ultimo la chiave d'accesso al suo personale concetto di Paradiso (appunto il matrimonio con la giovane Accoramboni e l'agognato riconoscimento del titolo di principe). 

Marco Giallini nel ruolo di Bartolomeo Proietti

Marco Giallini nel ruolo di Bartolomeo Proietti

Costretto a ricorrere alle arti di una negromante per cercar di contattare l'appena trapassato funzionario, il protagonista - che nel corso della sessione spiritica si mostrerà incredulo e arrogante - non avrà modo di parlare col defunto d'elezione ma si ritroverà, suo malgrado, al centro di un'implacabile serie di visite da parte di alcune delle più celebri anime inquiete che affollano da secoli la Città Eterna. Per Proietti comincia così un percorso di recupero (dei diecimila scudi, sì, ma anche e soprattutto della propria anima, fratturata e divisa da un'infanzia terribile e da un mai sopito desiderio di rivalsa) che lo porterà a rivivere gli snodi cruciali della propria esistenza e forse, chissà, a riscrivere il futuro.
Edoardo Falcone (che dirige e firma la sceneggiatura insieme a Paolo Costella e Marco Martani)  rielabora Il canto di Natale di Dickens inserendolo in una Roma plumbea e intrisa di nebbia, a stento rischiarata da moccoli fumosi e da un sole inquieto come le anime dei trapassati che a ritmi serrati consegneranno il protagonista (un Marco Giallini inasprito e segaligno, del tutto a suo agio nei panni di questo Scrooge capitolino) a una vertiginosa immersione nel proprio accidentato passato, presente e probabile futuro.

Marco Giallini e Denise Tantucci in una scena del film

Marco Giallini e Denise Tantucci in una scena del film

Dalla perlacea Beatrice Cenci (una sorridente e tenerissima Denise Tantucci), spirito gentile che accompagnerà Bartolomeo tra le mura dell'orfanotrofio dove ha trascorso la sua infanzia di bimbo abbandonato, gettato (come racconta il suo stesso cognome, Proietti) da una mano sconosciuta sui gradini di una chiesa; a Giordano Bruno (un maestoso Filippo Timi), determinato a mostrare al riluttante protagonista il castello di menzogne su cui ha fino allora costruito la propria esistenza di detestato signorotto; fino a Rodrigo Borgia (un efficace Giuseppe Battiston, quasi irriconoscibile nella sua grazia di vecchia bambola coperta di sete e velluti), il Papa dai molti appetiti destinato a svelare al Sor Meo il poco appetibile futuro che lo aspetta se non si affretterà a mutar vita.

Marco Giallini e Giuseppe Battiston 

In un'audace sintesi tra la Roma risorgimentale e la commedia classica - siamo, appunto, nel 1829, a ridosso quindi della fallimentare esperienza della Repubblica romana, ma l'avaro alla disperata ricerca della pentola d'oro può ricordare l'analogo personaggio del teatro di Plauto - Falcone confeziona una storia senza pretese ma comunque godibile, che come nel suo film precedente (Io sono Babbo Natale, ancora con Giallini e ultima apparizione per Gigi Proietti) attinge al repertorio natalizio, strizzando in questo caso l'occhio al Marchese del Grillo monicelliano, ma anche ai Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli. 
E di fantasmi nel film ce ne sono molti. Oltre a quelli per dir così in presenza cui si è accennato, nel corso della cena tra nobili svogliati che vede Bartolomeo, speranzoso parvenu, nelle vesti di futuro sposo della principessina (venduta al signorotto dal padre sommerso dai debiti, un divertente Sergio Rubini) si parla con malcelata soddisfazione di quelli di Targhini e Montanari, i carbonari ghigliottinati in Piazza del Popolo, gli ultimi due condannati a morte dello Stato Pontificio (al centro di Nell'anno del Signore di Luigi Magni, altro padre nobile del film). 
E la stessa vecchina avvolta in veli neri consultata da Proietti per cercar di carpire all'appena ghigliottinato debitore il luogo dove ha nascosto la cassetta, alla luce del mattino non si rivelerà che un fantasma - riposando già da tempo all'alberi pizzuti, nell'efficace metafora offerta da un passante - o magari il portato d'una cena troppo ricca, come spiegherà all'angustiato protagonista il medico di famiglia, in un'altra trasparente citazione dickensiana.

Marco Giallini e Sergio Rubini

Marco Giallini e Sergio Rubini  

Molte le scene d'interni: dalle misere stanzucce del popolino, scarsamente illuminate da moccoli sbocconcellati, alla dovizia di candelieri dei palazzi nobiliari, che tuttavia non riescono se non temporaneamente a tenere in scacco l'assedio del buio; e pure la luce del sole appare smorzata e illanguidita dalle pesanti invetriate delle dimore signorili. In questo mondo plumbeo persino la verace bellezza di Teta, la governante di casa Proietti (Giulia Bevilacqua), e la sua gelosa passione per il Proietti - o per il Sor Meo, com'è solita chiamarlo, ricordandogli a un tempo la nascita plebea e le risibili velleità signorili - ha un che di fragile e sforzato. 
Come fugaci e fragili appaiono le speranze risorgimentali, le aspirazioni all'uguaglianza nutrite dalla Rivoluzione e l'amore stesso (quello di Teta per Bartolomeo, come quello della giovane Accoramboni per il suo maestro di musica). Tutto, tutto sommerso nella pigra, sicura, spietata indifferenza della Chiesa di Roma e dell'aristocrazia - del sangue o del denaro - accovacciata ai piedi del Papa Re: e qui, in questa campitura di fondo, in quest'atmosfera priva di speranze, risiede forse il più autentico omaggio al cinema di Magni di tutto il film.

Marco Giallini e Giulia Bevilacqua

Marco Giallini e Giulia Bevilacqua 

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Paola Rocco

Paola Rocco

Autrice del romanzo giallo 'La carezza del ragno' e appassionata lettrice, scrive di mistery e venera Agatha Christie. Vive a Roma con il marito, la figlia e una gatta freddolosa detta Miss Poirot.

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